lunedì 22 luglio 2013

Crusoe Family!

Ultimo giorno qui a Raroia, domani ci spostiamo a Makemo, distante da qui 70 miglia. Dal nostro arrivo le bambine e io abbiamo fatto circa 700 miglia, quasi 1400 chilometri a vela, non male per le mie bambine cittadine. Le bambine non soffrono più il maldimare e in navigazione conducono una vita assolutamente normale, leggono, giocano, mangiano e dormono anche nelle condizioni di mare e vento più severe. Io invece continuo a soffrire il maldimare senza speranza di redenzione: eh, che devo farci, mi tocca solo tanta pazienza (la migliore di tutte le virtù). Ieri Chiara ha avuto il suo battesimo di maschera e pinne, finora non eravamo mai riusciti a convincerla a provare, ma Alessio è stato bravo nel continuare a proporle questa esperienza e alla fine la curiosità di vedere le meraviglie che qui nuotano sott'acqua deve aver avuto la meglio sul fastidio inziale di indossare la maschera. Per Chiara è stata una epifania, continuava a tirare fuori la testa dall'acqua e a togliersi il boccaglio per poter gridare tutto il suo entusiasmo per ciò che vedeva sott'acqua, e a dire il vero tanta emozione era più che giustificata: ieri sotto di noi nuotava una manta con un'apertura alare di due metri! Ahimè, domani ci spostiamo, il tempo stringe se vogliamo raggiungere Fakarava entro i primi di agosto, visto che vogliamo visitare con calma un altro paio di atolli. Mi dispiace molto andarmene, non credo che ci capiterà così spesso di essere gli unici esseri umani per chilometri e chilometri di spiagge coralline e acque turchesi. E' stato bello trasformarsi, per qualche giorno, da Purple Family in... Crusoe Family!

mercoledì 17 luglio 2013

Raroia

Raroia, prima tappa nell'arcipelago delle Tuamotu. Siamo arrivati qui da Fatu Hiva, dopo 400 miglia di navigazione no-stop, e ne è valsa la pena: il nuovo paesaggio degli atolli presenta un contrasto incredibile con le alte montagne lussureggianti delle Marchesi, ma è altrettanto stupefacente. Siamo, e mi par incredibile, l'unica barca in un atollo lungo 40 chilometri e largo 10, davanti a noi si offrono spiagge su spiagge di rena corallina rosa, che si affacciano su piscine naturali di ogni azzurro possibile, dal verde acqua al turchese. Piccoli squaletti nuotano pigramente tra coralli viola e blu cobalto, mentre sulla spiaggia alcuni paguri grandi quando un pugno procedono come mezzi cingolati su tappeti di piccole conchiglie bianche. Ma la cosa che fa più impressione è proprio la nostra completa solitudine in tanta smisurata bellezza, l'immersione totale in tutto questo azzurro, rosa e bianco, e il senso di straniamento che proviene dalla sensazione, ovviamente irrazionale ma non per questo meno forte, di essere gli ultimi rimasti, o i primi di una lunga serie a venire...

Pronti, partenza, via!

Oggi partiamo per le Tuamotu, destinazione Raroia. Ci separano 400 miglia, circa 3 giorni di navigazione no-stop, siamo pronti, la barca pure, atolli della Polinesia preparatevi, arriviamo!

sabato 13 luglio 2013

Fatu Hiva, Baia delle Vergini

Fatu Hiva, Baia di Hanavave, anche detta Baia delle Vergini. Per me, vince a mani basse il premio di baia più bella delle Marchesi, ed è anche la nostra ultima tappa marchesiana prima del grande salto verso l'arcipelago delle Tuamotu. L'abbiamo raggiunta dopo una bolina tranquilla da Hiva Oa, durante la quale abbiamo di nuovo provato la grande gioia di rivedere i delfini surfare a lungo sulla nostra prua. I tramonti sulla Baia delle Vergini sono i più spettacolari che io abbia mai visto, il sole riverbera di rosa e arancione i pinnacoli per i quali questa baia è famosa, e da cui ha preso il nome: leggenda vuole, infatti, che il nome di questa baia fosse inizialmente Baie des Verges (la baia delle verghe), per via dell'aspetto decisamente fallico dei suoi molti e imponenti pinnacoli. I missionari furono sufficientemente inorriditi da questo soprannome da aggiugere una "i" e tramutarla in Baie des Vierges. A ben guardare, su molti dei pinnacoli si possono scorgere fattezze umane, e su uno in particolare una specie di Monna Lisa, persin dotata di una verde chioma muschiosa, domina solennemente la baia come George Washington dal monte Rushmore. A terra, siamo stati accolti da un ritmo stentoreo di tamburi: l'intero villaggio stava provando le danze rituali polinesiane in preparazione dei grandi festeggiamenti del 14 luglio, e abbiamo potuto ammirare grandi e piccoli impegnati in difficili movimenti del bacino e in sinuosi ondeggiamenti di braccia, a tempo di percussioni. Veniva una gran voglia di provarcisi, se non fosse stato per il fatto che sono convinta che mi si sarebbe svitato il bacino oppure che sarei stata colpita da un accidentale colpo della strega. O forse, più che accidentale, dovrei dire... occidentale!

Fish(erman)'s friends

"Mamma, posso avere un'altra banana?". Mi insospettisco, è già la terza che le bambine mi chiedono, e da quando in qua sono diventate così ghiotte di banane? E poi cos'è tutto questo silenzio in coperta? Sporgo la testa dal tambuccio, in tempo per vedere Chiara che stacca un pezzo della sua banana e lo getta in mare. Orrore, sprecare il cibo non va mai bene, ma in barca è considerato un peccato mortale. In risposta alla mia reprimenda, le bambine se ne escono con "Mamma, è pieno di pesci rosa qui sotto, mangiano qualsiasi cosa gli buttiamo, possiamo pescarne uno?". E' vero, sotto la barca è un affollarsi di parghi rosa, altrove sarebbero pesci buonissimi da mangiare, ma qui in Polinesia i pesci che vivono e si nutrono sui coralli sono spesso velenosi, ingeriscono massicce quantità di una tossina dei coralli che si chiama ciguatera, e mangiarli è una cattiva idea. "Bambine, non possiamo mangiarli, che cosa li peschiamo a fare?". Non c'è verso, come spesso succede le bambine insistono, e io decido che sarà una buona lezione. Estraggo amo e lenza, mettiamo l'esca e gettiamo. Tempo cinque secondi, e la lenza fila con uno strattone tra le mie dita, le bambine gridano di gioia ed eccitazione mentre tiriamo su un bel pargo. Guardiamo negli occhi il grosso pesce, mentre boccheggia impotente nel secchio. "Poverino..." dice Chiara. "Poverino..." fa eco Anna. "Già", dico, io laconica. Lo ributtiamo a mare, io chiedo: "Volete continuare a pescare?". "No", dice Anna. "No", dice Chiara. "Bene", dico io solennemente,"uccidere non è nè facile, nè divertente, quando lo si fa solo per divertimento". Per qualche giorno la faccenda è rimasta lì, a lievitare da qualche parte nella coscienza delle bambine. Ieri, durante la traversata per Hiva Oa, abbiamo pescato alla traina un bellissimo tonno pinne gialle, bello cicciotto, forse 8 o 9 chili: mentre Alessio cercava di arpionarlo con il raffio per issarlo in coperta, proprio all'ultimo secondo, il tonno si è slamato con un guizzo. "NOOOOOOOOOO!", abbiamo gridato Alessio e io, all'unisono. "Oh, che peccato..." ha detto ipocritamente Chiara, nascondendo a stento la sua intima soddisfazione per l'epilogo della nostra pesca. Poi ha chiosato filosoficamente: "Eh, pazienza: tornerà a farsi la sua vita, no?". "Già", ho risposto io, laconica per la seconda volta, pensando che, in fondo, alla fine tutto è sempre una questione di punti di vista.

lunedì 1 luglio 2013

La bolina notturna

Oggi l'indicatore dell'energia del morale a bordo è basso, e le ultime due giornate sono da ascrivere nell'apposita sezione del blog intitolata "giornate no, cabin fever e umore tignoso". Due giorni fa abbiamo fatto una bolinata notturna selvaggia, con vento in faccia a oltre venti nodi e onde di tre metri, falchetta perennemente in acqua e barca completamente sbandata: 20 ore conscutive di dura bolina stretta per percorrere le micragnose 100 miglia che ci separavano dall'isola di Tahuata, la quale da parte sua ci ha maternamente accolto con pioggia battente e raffichette di vento a 40 nodi (80 chilometri l'ora), che facevano tremare la barca come se fosse in preda a febbre terzana. Durante la navigazione notturna, uno degli innumerevoli violentissimi beccheggi della barca ha causato la rottura di una bottiglia di vino che si è versato ovunque, rendendo l'atmosfera del quadrato satura di fumi vinosi e simile a quella di una bettola di quarta categoria: l'ideale, per una (a caso) che stia cercando di superare il mal di mare che la attanaglia da ore. La randa ha rimediato uno squarcio di 20 centimetri che andrà pazientemente ricucito prima che possiamo riprendere il mare, mentre la cabina di prua ha una via d'acqua non ancora bene identificata, che causa uno sgocciolamento sui materassi durante le lunghe navigazioni di bolina come quella appena fatta, e rende la cabina completamente inagibile. Questo, il bollettino di guerra. A voler guardare il lato positivo, c'è da dire che l'equipaggio ha tenuto botta: Alessio, come sempre superlativo e totalmente autosufficiente, le bambine e io unite nel nostro motto silenzioso durante le navigazioni difficili, che è "primum, non nocere". Ovvero, cercare di non peggiorare la situazione e soprattutto non disturbare il conducente (o, meglio, non disturbare il manovratore, come è ancora scritto su alcuni vecchi tram a Milano), il che per le bambine vuole dire obbedire senza discutere, non prendersi a calci in pozzetto, non giocare con le scotte, mangiare quel che c'è il più velocemente possibile e senza lamentarsi, imbucarsi in cuccetta al calar del buio e non chiedere ogni 5 minuti "quando arriviamo?". Per la sottoscritta, vuole dire cercare di non vomitare l'anima, non tagliarsi un dito o slogarsi una caviglia, gestire tutte le varie cacche e pipì delle bambine a barca sbandata, e soprattutto evitare di nutrire sentimenti ostili per la barca, che notoriamente è molto permalosa e vendicativa ed è in grado di leggermi nel pensiero. E così, eccoci qua, in attesa dell'arcobaleno, che sono sicura non tarderà ad arrivare. In queste settimane alle Marchesi ne abbiamo ammirati moltissimi, a volte anche doppi, a ricordarci che non piove mai per sempre: gli strappi si ricuciono, i cuscini e i tessuti si lavano, tutto si aggiusta e si riordina. Sei pronta a sorriderci, Tahuata?

venerdì 28 giugno 2013

Tra 5 minuti in scena

Cari amici cinefili (e non!) della Purple Family, oggi devo fare una comunicazione estemporanea, diciamo che farò un uso privato di pubblico blog, o forse un uso pubblico di blog privato, a seconda dei punti di vista. Siamo infatti molto felici di annunciare che, seppur in piena estate e per breve tempo, ha finalmente visto la luce della distribuzione il film di cui Alessio ha fatto la direzione della fotografia, come sempre con zero mezzi ma tanta passione: si intitola "Tra 5 minuti in scena" e sarà in sala, non sappiamo per quanto tempo, a Milano (Apollo), Bologna (Rialto), Firenze (Principe), Genova (Sivori), Bergamo (Conca Verde), Sesto (Skypline), Padova (Astra), Trento (Astra), Torino (Ambrosio), e Roma (Alcazar). Secondo me è un bel film che vale il prezzo del suo biglietto, ma siccome ogni scarrafone è bello a mamma sua, l'unico modo che avete di farvi una vostra opinione è di andare a vederlo al cinema, il prima possibile, giacchè l'unica cosa certa è che rimarrà in sala fino a mercoledì 3 luglio e poi... chissà. Buona visione... qui a 'Ua Pou i cinema non ci sono, dunque saremo con voi con il pensiero... e l'immaginazione!

mercoledì 26 giugno 2013

'Ua Pou

Oggi intendevo risparmiarvi la mia solita quotidiana tiritera su quanto le isole Marchesi siano uniche, maestose, potenti, eccetera eccetera, ma è semplicemente impossibile non rendere omaggio alla bellezza entusiasmante dei pinnacoli svettanti verso il cielo di 'Ua Pou. A proposito di esperienze entusiasmanti, oggi siamo andati a nuotare in una piscina naturale formata da una cascata incastonata nella foresta tropicale, e se mi avessero detto che un giorno sarei emersa, in costume adamitico, da sotto una cascata ravviandomi i capelli bagnati, come in uno spot pubblicitario di una qualche bibita estiva, mi sarei fatta una risata. Era un posto meraviglioso e io ci sarei rimasta per ore, non fosse stato per i nugoli di ferocissime zanzare tigre che non attendevano altro che spolparci vivi. Ma quel bagno alla cascata ne valeva la pena, anche se dovessi grattarmi per una settimana! A proposito delle zanzare delle Marchesi - giacché qualche difetto queste isole devono pur avercelo - devo riportare, per dovere di cronaca, che prima di partire avevo messo in valigia una tonnellata di spray antizanzare, ma una telefonata di Alessio, alle Marchesi ormai da un mese, aveva messo in crisi le mie certezze. "Zanzare? Quali zanzare? Qui non ci sono zanzare!". "Nemmeno un pizzicoooooooo" aveva modulato in sottofondo Anna, un'amica comune in visita sulla barca. "Non c'è bisogno di tutto quello spray antizanzare!" era stata la conclusione di Alessio. E nonostante guide, blog vari di velisti e ogni altra fonte autorevole dicessero proprio il contrario, e sebbene mi sembrasse impossibile che delle isole tropicali piene di acqua e di vegetazione fossero prive di zanzare, io, come una principiante, come una novellina pur dopo 11 anni di vita insieme, ebbene sì, io gli ho creduto, ciecamente e senza riserve come solo l'amore induce a fare, e ho levato dalla valigia l'antizanzare. Qui una bottiglietta di antizanzare costa come un flacone di Chanel no 5. Ovviamente le Marchesi pullulano letteralmente di zanzare tigre e di voracissimi "nono", le cui punture prudono intollerabilmente per giorni e giorni, inducendo furiosi grattamenti, soprattutto notturni. L'unica mia consolazione è che mi mangio le unghie, altrimenti mi sarei già spellata viva da sola. "Nemmeno un pizzicoooooooooooooooooo"!

domenica 23 giugno 2013

Aiò!

Siamo arrivati alla Baia di Hakatea. Care amiche geologhe, le Marchesi sarebbero il vostro paradiso. Non ho mai visto in vita mia una baia più grandiosa e spettacolare di questa, si tratta di un ancoraggio chiuso all'interno di un cratere, circondato da montagne alte almeno 800 metri, che conferiscono a questo posto un'aura di severità e maestosità del tutto particolare. Ieri ci siamo inoltrati nella foresta per una passeggiata di un paio d'ore, dentro un profondo canyon, alla ricerca di una buona veduta sulla cascata di Vaipo, la più alta della Polinesia con i suoi 350 metri di caduta verticale. Mi spiace solo di non aver potuto godere per niente della magnifica passeggiata nella foresta, dal momento che mi sono beccata una bella febbre tropicale (dengue?) e già dal pomeriggio mi sentivo debole e febbricitante, desiderosa solo di sdraiarmi in cuccetta e assai poco interessata alle bellezze paesaggistiche che mi si aprivano davanti. Oggi muoveremo verso 'Ua Pou, e a questo proposito vorrei aprire una parentesi sulla lingua polinesiana, che ha un suono tanto dolce e melodioso, quanto impossibile da memorizzare. Avevo sempre creduto di avere un buon orecchio per le lingue straniere, ma la battaglia con il polinesiano è semplicemente impari. Per darvi un'idea, vi dico che finora le tappe del nostro viaggio hanno toccato Taiohae, Taipivai, Anaho, Hatieu, Hakaui e Hakatea. Nell'isola di 'Ua Pou, dove siamo diretti, ci sono Hakaethau, Haakuti, Hakamaii, Hikeu, Hakatao, Hakahau e Hakanui. Nell'isola di Hiva Oa, ci sono Hanatekuua, Hanapaaoa, Hanaiapa, Hanaevane, Hanamoenoa e Hanamenino. "Mi scusi" si dice "E'e, aue ho'i e". "Non capisco" si dice "Aita i ta'a ia'u". "Il mio nome è" si dice "To'u i'oa 'o". Le amiche e gli amici sardi saranno felici di sapere che "sì" si dice "E, 'oia". Aiò, ragazzi!

mercoledì 19 giugno 2013

Dal fruttivendolo a Anaho Bay

Terzo giorno consecutivo ad Anaho Bay, è difficile decidersi a lasciare questo ancoraggio così particolare. Alessio è convinto che sia l'ancoraggio più bello delle Marchesi e ogni giorno rimanda la partenza verso la prossima isola. Ieri è stata una giornata speciale: abbiamo seguito un sentiero che, lasciate le calette di sabbia bianca, saliva dolcemente verso un colle, offrendoci vedute aeree e spettacolari della baia sottostante. Dopo un'oretta abbondante di camminata abbiamo raggiunto una piantagione sulla sommità, oltre la quale una distesa di erba verde, a mo' di prato inglese, diradava verso una spiaggia vastissima e completamente deserta. Abbiamo acquistato chili di ortaggi e frutta alla piantagione e le bambine hanno fatto il tragitto di ritorno su un docile cavallo che era stato caricato di tutta la nostra spesa. Mentre le guardavo caracollare sul basto, con i loro visini aperti in grandi sorrisi, con la baia incorniciata di montagne sullo sfondo, sono stata colta da una strana sensazione di deja vu mista a irrealtà: mi sembrava di guardare due facce di una stessa medaglia, stranamente sovrapposte: in fondo, ieri siamo semplicemente andati dal fruttivendolo, abbiamo fatto la spesa, abbiamo caricato bambine e sacchetti sul mezzo, e lo abbiamo guidato fino a casa. Questo, per quanto riguarda il deja vu. E ci abbiamo messo 4 ore, senza stress, fretta, code, inquinamento, conflitti e affannosa ricerca della fidaty card: questo, per quanto riguarda il senso di irrealtà!

domenica 16 giugno 2013

Anaho Bay

Oggi abbiamo raggiunto la meravigliosa Anaho Bay in circa 5 ore di navigazione su onde incrociate, a ridosso di alte e severe scogliere contro cui frangeva un mare confuso e agitato. La navigazione, che sulla carta era una di quelle da sicuro mal di mare, ci ha regalato invece solo grandi emozioni: sono infatti arrivati a surfare sulla nostra prua dapprima i delfini, che hanno deliziato le bambine con le loro acrobazie sincronizzate, e in seguito siamo stati circondati da una ventina di peponocefali, che speravamo moltissimo di avvistare, visto che il mare circostante Nuku Hiva è famoso per essere un luogo di raduno di questi cetacei. Anaho Bay è un paradiso terrestre: la baia penetra profondamente tra quinte di montagne maestose e vellutate di verde, e termina in una insenatura con una ampia spiaggia. E' possibile arrivare in questo posto solo via mare, oppure con una camminata nella foresta di un'ora e mezza. Alcuni locali vengono qui a cavallo. E' molto difficile descrivere la sensazione di fascino, magia e anche soggezione che i paesaggi offerti dalle Marchesi ispirano: queste isole si elevano a picco sul mare in una sinfonia di picchi, pinnacoli, ripide scogliere, gole e costoni, completamente ammantate di un verde brillante e a tratti quasi irreale. Su questa terra generosa crescono boschi di pini, foreste di acacie e ogni genere di pianta fiorita, oltre a alberi di mango grandi come querce secolari. Da nessuna parte come qui, alle Marchesi, ho compreso meglio il significato della parola "lussureggiante": basta allungare la mano per cogliere un frutto o un fiore. Insomma, sarebbe un Eden perfetto... se solo ci crescessero anche i meli!

giovedì 13 giugno 2013

Il pulcino delle Marchesi

Nuku Hiva, isole Marchesi. Pare incredibile essere qui, in mezzo al Pacifico, dopo un viaggio no stop durato quasi due giorni, con 3 scali e 3 aerei diversi. Alesso, lui, c’è arrivato in 18 di traversata a vela e in solitaria dalle Galapagos, 3000 miglia (cioè quasi 6000 chilometri!) nel blu dipinto di blu del Pacifico. Il viaggio, anche se eterno, sarebbe andato liscio come l’olio, se non fosse per il fatto che entrambe le mie valigie sono andate disperse a Parigi, nella coincidenza strettissima tra due dei miei tre voli. Mentre correvamo a perdifiato tra i vari terminal (la corsa in aeroporto è un grande classico dei miei voli intercontinentali con le bambine), e una voce nella mia testa scandiva “Run, Forrest, RUN!”, sapevo che forse NOI ce l’avremmo fatta a prendere quell’aereo per Papeete, ma le mie valigie di certo no. E così, eccoci qua, in una baia incorniciata da montagne ammantate di verde, di fronte a un’isola ricoperta di foreste di pini e di acacie, attraversata da gole profonde e paesaggi mozzafiato. Ma ci sarà tempo per parlare della verde bellezza delle Marchesi, perché oggi voglio parlare di altro. Da tre giorni abbiamo un nuovo membro dell’equipaggio: si tratta di un esemplare poco più che implume di Gallus Gallus Domesticus, alias pulcino Pio, trovato disperso e pigolante in un angolo di strada e imbarcato tra le grida di gioia delle bambine e un sospiro di rassegnazione di Alessio. E così, dopo aver resistito a Milano per anni alla richiesta di avere cani, gatti, criceti e pesci rossi, alla fine abbiamo capitolato adottando una gallina e per giunta in barca. Forse era destino, mia mamma in fondo me lo aveva sempre pronosticato che per tutti i miei sbriciolamenti mi ci sarebbe voluta una gallina! Pio, oltre a essere piccolissimo, è anche zoppo: si è fatto male a una zampina dopo essere evaso dalla sua cuccetta durante le due ore che ha trascorso in barca da solo. Al nostro ritorno in barca lo abbiamo trovato riverso in pozzetto in fin di vita, dopo che era precipitato da mezzo metro ed era rimasto per ore sotto il sole cocente, incapace di rialzarsi sulla zampa offesa. Da allora, abbiamo deciso che lo avremmo portato con noi ogni volta che fossimo scesi a terra, e ora passeggiamo, facciamo la spesa e giriamo per Tahioae con un pulcino strepitante al seguito. Pio emette due pigolii al secondo, per tutta la giornata, ininterrottamente. Col calar del buio si spegne di colpo e cade addormentato fino al sorgere del sole (non per niente è una gallina!), quando riprende il suo pigolio ininterrotto e sveglia tutta la barca: e questo accade alle 06.00 del mattino. Resta da vedere che cosa faremo di lui nei prossimi giorni: siamo infatti in partenza per circumnavigare Nuku Hiva, e Pio non è ancora in grado di camminare e nutrirsi da solo. Forse potremo liberarlo a Hiva Hoa, se per allora avrà raggiunto una discreta autosufficienza, prima del nostro salto verso le isole Tuamotu (400 miglia, ovvero 3 giorni di navigazione). Pìopìopìopìopìopìopìopìopìopìopìo!

giovedì 4 aprile 2013

Bartolomè

Care amiche geologhe, l'altro ieri vi ho pensate intensamente: vi sono fischiate le orecchie? Bartolomè è un'isola vulcanica dall'aspetto tormentato, spettacolare, lunare. Il giallo delle rocce si alterna al nero e all'ocra, interi altopiani butterati da piccoli crateri sono costellati di interi blocchi di magma raffreddatosi nelle forme più bizzarre. Un sentierino di gradini di legno, costruito per permettere la salita fino al punto più alto dell'isola, offre un panorama mozzafiato a tutto tondo sul mare circostante e le isole vicine. Su Bartolomè l'unica forma di vita terrestre che ho visto sono state delle bizzarre lucertoline molto rissose, che si scacciavano a vicenda rincorrendosi velocissime in mezzo al deserto lavico. Giunti in cima al promontorio, siamo stati attorniati da quattro grossi falchi delle Galapagos che si sono posati a un metro da noi, curiosi e per nulla intimoriti: avevo più soggezione io, visto che nel 2011 un'aquila, nel parco nazionale del lago Gatun, a Panama, ha attaccato Alessio aprendogli lo scalpo per una lunghezza di venti centimetri! Ma gli animali delle Galapagos non sono per nulla aggressivi (persino gli squali): relax, take it easy, sembrano sempre dire!

mercoledì 3 aprile 2013

Tortuga Bay

Immaginatevi una spiaggia enorme, dalla rena bianca e impalpabile come zucchero a velo. Dinanzi a voi, lontano ma non troppo, l'oceano frange in alte onde su cui danzano i surfisti, e che si rompono in lunghe lingue di spuma bianca, che si srotola sulla spiaggia per decine di metri, fino a lambire le vstre caviglie. Dietro di voi, potete seguire le orme delle tartarughe marine neonate, fino ai loro nidi di sabbia in cui spuntano i gusci rotti dai quali sono uscite nottetempo.Grosse iguane marine, nere come la pece, dormono placidamente, spiaggiate a pelle di leone sulla sabbia candida. Tortuga Bay: in mezzo a tanta bianca vastita' Anna e Chiara corrono avanti e indietro a perdifiato, completamente felici, e questa giornata non la scorderanno mai, anche quando non la ricorderanno più.

lunedì 1 aprile 2013

North Seymour

Oggi, all'isola di North Seymour, ho compreso perché queste isole siano state definite "isole incantate" da Darwin. "Incanto" è infatti la parola esatta per definire il sentimento di stupore e meraviglia che ho provato oggi quando abbiamo messo piede su questa isola, dove centinaia di fregate dal gozzo rosso e di sule dai piedi azzurri nidificano totalmente indisturbate, dal momento che non hanno predatori e che dividono l'isola praticamente solo con le iguane, che sono vegetariane. Abbiamo potuto vedere i rituali di corteggiamento tra gli uccelli e osservare da vicino i pulcini bianchi e lanosi accoccolati sotto le loro madri. Anche su Seymour la paura dell'uomo non esiste, gli uccelli si fanno avvicinare e fotografare senza mostrare il minimo turbamento, perfino in prossimità dei loro nidi e dei loro piccoli. Anche le grosse iguane vengono vicinissime, soprattutto se invogliate dalla vista di qualche frutto di cactus. Tutta l'isola ha un aspetto da Eden, al di fuori del tempo e dello spazio, dove la vita scorre senza patemi e senza le lotte per la sopravvivenza che sono tipiche in natura. Imagine all the people leaving life in peace, direbbe qualcuno!

sabato 30 marzo 2013

Isla Isabela

Oggi giornata di decompressione, dopo la gita di ieri a Isla Isabela, durante la quale non sono mai stata abbandonata dalla fastidiosa sensazione di appartenere a un armento di turisti che veniva pascolato frettolosamente da un sito all'altro dal pastore, pardon dalla guida. Dopo due ore di faticoso tragitto, sballottati su un motoscafo lanciato tra i flutti a tutta velocità, tra un passeggero che vomitava l'anima fuoribordo e altri appisolati con le teste che ciondolavano mollemente qua e là, eccoci finalmente a Isabela, dove siamo stati prontamente sospinti su una specie di carro bestiame che ci ha portati a vedere, come prima tappa, i fenicotteri rosa. Dopo nemmeno dieci minuti, pronti, marsch, rimontare, e via verso il centro di riproduzione delle tartarughe giganti, nel quale siamo rimasti una ventina di minuti prima di essere risospinti sul bus, alla volta di uno spettacolare paesaggio lavico che sarebbe stato bene anche su Marte, attraversato da uno stretto canyon nel quale nuotava pigramente una decina di squali delle Galapagos. Nemmeno a dirlo, il tempo di un giro veloce e via, di nuovo sul motoscafo dove abbiamo trascorso le successive due ore di ritorno, tra il mugghio assordante dei motori fuoribordo, un colpo alle reni a ogni planata e il solito passeggero che vomitava (sempre lo stesso). In tutto ciò, le bambine hanno fotografato entusiasticamente ogni forma di vita sull'isola e Anna è stata colpita da grande sconforto quando le batterie della sua macchina fotografica si sono scaricate, soprattutto perché la macchina fotografica di Chiara funzionava invece perfettamente! A volte mi chiedo che cosa ricorderanno le bambine di questa esperienza, e mi rispondo che forse rimarrà loro l'essenza del fascino che il viaggio riesce a infondere in quegli esseri umani che anche da adulti rimangono aperti e curiosi, come sanno essere i bambini, di conoscere quel che c'è oltre l'orizzonte, anche (e soprattutto) quello interiore.

venerdì 29 marzo 2013

La barchetta...a Santa Fè!

Rieccomi, vorrei dare più notizie di noi ma il tempo è poco e le cose da fare e da vedere sono tante, e dunque il dovere di cronaca è il primo a farne le spese. Ieri siamo stati a Isla Santa Fè, e dopo due ore e mezza di traversata tra salti spettacolari delle mante, siamo arrivati a un riparo naturale di acqua azzurra, dove le bambine hanno potuto nuotare insieme ai leoni marini e guardare le tartarughe marine. Abbiamo poi provato la grande emozione di sbarcare su una spiaggia, dalla sabbia bianca e finissima, dove decine di cuccioli di leone marino si riposavano placidi vicino alle madri. Abbiamo potuto camminare in mezzo a loro senza nessun segno di paura o di aggressività da parte loro o dei leoni marini adulti. Io non credo di aver mai visto nessuna creatura selvatica così priva di timore nei confronti dell'uomo, e temo che, almeno in passato, la fiducia sia stata mal riposta, se è vero che le navi di passaggio caricavano questi animali così facili da catturare a centinaia, per averne una scorta durante le lunghe navigazioni. Ci siamo poi inoltrati all'interno dell'isola dove abbiamo potuto ammirare a pochi centimetri di distanza l a gialla iguana terricola che vive solo in Santa Fè, e la cui estinzione è stata evitata per un pelo dopo che finalmente, dopo anni di tentativi infruttuosi, sono state eradicate dall'isola le capre selvatiche che vi erano state incautamente introdotte. A proposito, eliminare gli animali "estranei" nelle Galapagos è tutt'altro che facile, e in alcune isole c'è voluto più di mezzo secolo di tentativi! Più mi guardo intorno, più comprendo la decisione che qui è stata presa di impedire qualsiasi tipo di turismo "fai da te" alle Galapagos. In quasi tutte le isole, infatti, si può metter piede solo se accompagnati da una guida locale, perché l'ecosistema è molto fragile e alcune specie endemiche non possono affrontare il genere di turismo intensivo e invasivo di cui l'Homo Sapiens è capace, se lasciato libero di agire. E dunque, niente fazzolettini di carta, niente mozziconi di sigaretta, cartacce varie, niente tende sotto i fichi d'india (!) né falò sulla spiaggia, e nessuna navigazione libera: chi vuole visitare le isole, deve andare e tornare accompagnato tutto il tempo da una guida e i posti disponibili sono pochi. Ne vale la pena ed è giusto così: per una volta, non sarebbe male agire con un po' di senno, e magari che non sia il senno di poi!

martedì 26 marzo 2013

Viaggio verso il passato

Isla Santa Cruz, Galapagos. Mi sembra incredibile scrivere da qui, oltre 7 anni dopo essere partiti da La Spezia per iniziare questo viaggio, eppure abbiamo lasciato l'Atlantico ed eccoci nel Pacifico: quest'anno Alessio ha deciso di fare il salto nel blu e ai primi di marzo ha attraversato il Canale di Panama, diretto alle Galapagos, dove le bambine e io lo abbiamo raggiunto due giorni fa, dopo un viaggio eterno durato quasi due giorni. E dunque, eccoci arrivati tutti alle Galapagos, lui a vela, io a volo. Ieri abbiamo cominciato a guardarci intorno e a familiarizzare con il paesaggio sorprendente e inaspettato: foche ben pasciute dormono placidamente al sole sui pontili, incuranti dei turisti che le scavalcano per passare. Frotte d pellicani si affollano al mercato del pesce, litigando tra loro come oche davanti a un contadino che sparga il mangime. Iguane nere come la pece, catapultate direttamente dalla preistoria, prendono il sole su rocce vulcaniche. Ieri un'iguana ha camminato solennemtente sulla spiaggia e si è fermata a pochi centimetri da noi, guardandoci con i suoi occhietti severi, e lì è rimasta immobile per ore, come se il tempo per lei fosse altra cosa rispetto al nostro. Tartarughe enormi trascinano i loro quintali di peso con lentezza atavica, e le loro teste da ET si allungano su colli sottili per brucare teneri germogli verdi. Questo primo scorcio di Galapagos profuma di tempi lontani, quando queste isole erano il regno incontaminato di animali lenti, preistorici, dall'aspetto irsuto o corazzato, ignari dell'uomo che combatteva altrove le sue battaglie ma che presto sarebbe giunto per predare, cacciare, esportare, importare altri animali invasivi e come sempre estinguere: ci è riuscito per l'1% delle specie delle Galapagos, prima che la rotta fosse invertita: troppo tardi per alcune specie di iguane e di tartarughe: Lonesome George, l'ultimo esponente di una sottospecie di tartarughe giganti originarie di Isla Pinta, è morto l'anno scorso senza eredi. Addio, George...

giovedì 26 aprile 2012

Amici di... mici

Stamattina la giornata ha avuto un inizio nefasto, perché Chiara si è fatta la cacca addosso nel sonno senza accorgersene né svegliarsi. Cari lettori di lunga data della Purple Family, dite la verità che sentivate la mancanza della parola "cacca", grande regina dei miei post del 2009 e del 2010. La visione della polpetta sulle lenzuola linde e la prospettiva di una mattinata di bucato mi hanno causato un breve sconforto, fugato dall'uscita del sole: ha finalmente smesso di piovere! E così, abbiamo deciso per una bella passeggiata sul sentiero che attraversa la foresta tropicale fino al Fort Sherman, nella speranza di vedere qualche bradipo o scimmia urlatrice. Ma prima, la lavanderia. In effetti un urlo c'è stato, ma il primate che lo ha emesso non era una scimmia Alouatta, bensì Anna. "Mamma, un gattino!". Il felino in questione era proprio un esponente di Felis Catus, ovvero un gattino minuscolo di qualche settimana al massimo, abbandonato davanti alla lavanderia. Un gattino abbandonato a Shelter Bay, con la foresta tropicale a poche centinaia di metri e un coccodrillo che nuota nelle acque del marina, non ha nessuna possibilità di veder sorgere un'altra alba. E ora, che si fa? Noi partiamo dopodomani, e per me è già abbastanza complicato fare un viaggio di venti e passa ore con le bambine senza sobbarcarmi anche un gatto neonato, dunque ho opposto una strenua difesa dinanzi al fuoco incrociato delle bambine: no, non lo possiamo tenere, dobbiamo cercargli un padrone. E' iniziato un pellegrinaggio tra le barche ormeggiate "Do you want a cat?" "Voulez vous un chat?" ma niente, finchè sono andata speranzosa dalla signora che gestisce il negozietto di frutta e verdura, e che ha già due gatti, trovatelli anche loro. "Dove mangiano in due, mangiano in tre", le ho detto con il mio tono più convincente, porgendole il gattino. La signora ha avuto un attimo di esitazione, poi il gattino ha miagolato flebilmente e lei lo ha preso in mano. Tac, fatta! Potete dunque immaginarvi il mio orrore quando, poche ore dopo, ho udito un altro urlo di Anna "Mamma, un altro gattino!". Già, un altro gattino, chiaramente della stessa nidiata, altrettanto abbandonato e se possibile anche più piccolo e affamato. Altra questua tra le barche, altro giro dalla signora. "Dove mangiano in tre, mangiano in quattro" ho detto speranzosa. "Sì, ma dove sporcano in tre, sporcano in quattro!" ha ribattuto lei, e stavolta il gattino non l'ha preso. Come darle torto sull'argomento "cacca" (lettori affezionati, due volte la parola "cacca", e con questa tre, nello stesso post: siete contenti?). Che fare, ahimè, di quest'altra gattina? E poi, ho visto il Guppy, la barca rossa di Laura Dekker. Laura è la più giovane navigatrice in solitaria del mondo, ha fatto la sua prima traversata in solitario dall'Inghilterra all'Olanda a 13 anni, e adesso che ne ha 15, o forse 16, sta circumnavigando il mondo sulla sua barca di 11 metri e mezzo. Laura ha preso il gattino. E' destinato a vedere un sacco di posti diversi, questo gattino, e chi volesse seguirlo può traslocare sul sito di Laura, nella sezione del suo blog. Mi ha detto che ha sempre pensato che avrebbe accolto un gatto a bordo, "se gliene fosse piovuto uno dal cielo". E' sempre bello impersonare il cielo, quando non piovono pietre!

mercoledì 25 aprile 2012

Notizie dal pianeta

Questo post è dedicato alla mia carissima amica Miss, alias Sara, che scrive che io sarei di un altro pianeta, e naturalmente anche a tutti coloro che in questi mesi hanno pensato una o più volte "beata lei!". Dunque, dove eravamo rimasti? Che cos'è che avevo detto? Ah sì, già, avevo detto che le bambine ed io siamo rimaste sole in barca dopo la partenza di Alessio, ma che confidavo che la piscina del marina ci sarebbe stata molto d'aiuto. Beh, cominciamo col dire che nell'instante esatto in cui Alessio ha preso il taxi per andare all'aeroporto, ha cominciato a piovere ininterrottamente e questo dura da tre giorni di fila, con contorno di tuoni e fulmini. L'umidità è dell'80 percento, ogni cosa è umidiccia e sembra sporca, non importa se è stata lavata e asciugata solo un'ora prima. L'unico modo per sfuggire all'assedio di voraci zanzare che arrivano a nugoli dalle vicine mangrovie, complice l'assoluta mancanza di vento, è di serrarsi in barca. Aggiungiamo che, se anche volessimo andare a nuotare sotto la pioggia battente per sfuggire al cabin fever che ci attanaglia, questo non è comunque possibile, perché il filtro della tinozza che qui chiamano piscina si è rotto con ammirevole tempestività, e la stessa è stata chiusa a tempo indeterminato per manutenzione. A rifinitura del quadretto, aggiungerò che ieri pomeriggio siamo rimaste senza corrente elettrica per ore, con conseguente ferrea economia di tutti i consumi elettrici (luce, frigo, eccetera) per non rischiare di scaricare le batterie della barca, rimaste la nostra unica fonte di energia a bordo (e comunque destinate a scaricarsi rapidamente, vista l'assenza di sole e vento, se il problema non fosse stato risolto in breve tempo). Mentre, bagnati come pulcini, gli amici venuti in mio soccorso cercavano di spiegare agli elettricisti che il problema era della LORO colonnina e non del circuito elettrico della barca, le bambine se le davano di santa ragione con urla belluine, dimostrando di aver compreso perfettamente l'importanza della collaborazione nei momenti di emergenza. Prima di metterle a dormire, ho avuto la sorpresa finale di trovare il letto di Anna completamente fradicio, per colpa di un tambuccio che non si chiude bene. In questi giorni di diluvio ininterrotto abbiamo dato fondo a ogni risorsa: le bambine hanno colorato interi blocchi, hanno pennellato, fatto il frottage, usato i gessetti, stickers, colori a tempera, hanno giocato a carte come due bari di professione, si sono travestite con ogni indumento trovato a bordo, hanno impersonato principesse, pirati, cani e gatti, giocato a mamma e figlia e ogni possibile grado di parentela fino alla settima generazione, hanno tagliato e incollato, hanno infilato perline sufficienti a metter su una gioielleria, hanno letto tutti i loro libri per il dritto e per il rovescio. Soprattutto, hanno litigato furiosamente per tutto il tempo, disputandosi qualsiasi cosa, compresi gli oggetti tra loro perfettamente identici , e mettendo a dura prova il mio equilibrio già abbastanza precario. Care mamme affannate, casalinghe disperate, lavoratrici mobbizzate, se è vero che piove sempre sul bagnato (tanto per restare in tema) e che non esistono più le stagioni (qui ad esempio ce ne sono solo due, una asciutta e una bagnata), ricordate però che non sempre l'erba del vicino è più verde, e ogni medaglia ha il suo rovescio, anzi i suoi rovesci (sempre per restare in tema di acquazzoni). No, non sono di un altro pianeta, ciò non toglie che a volte vorrei andarci. Signor Scott, teletrasporto!