
Oggi giornata di decompressione, dopo la gita di ieri a Isla Isabela, durante la quale non sono mai stata abbandonata dalla fastidiosa sensazione di appartenere a un armento di turisti che veniva pascolato frettolosamente da un sito all'altro dal pastore, pardon dalla guida.
Dopo due ore di faticoso tragitto, sballottati su un motoscafo lanciato tra i flutti a tutta velocità, tra un passeggero che vomitava l'anima fuoribordo e altri appisolati con le teste che ciondolavano mollemente qua e là, eccoci finalmente a Isabela, dove siamo stati prontamente sospinti su una specie di carro bestiame che ci ha portati a vedere, come prima tappa, i fenicotteri rosa. Dopo nemmeno dieci minuti, pronti, marsch, rimontare, e via verso il centro di riproduzione delle tartarughe giganti, nel quale siamo rimasti una ventina di minuti prima di essere risospinti sul bus, alla volta di uno spettacolare paesaggio lavico che sarebbe stato bene anche su Marte, attraversato da uno stretto canyon nel quale nuotava pigramente una decina di squali delle Galapagos. Nemmeno a dirlo, il tempo di un giro veloce e via, di nuovo sul motoscafo dove abbiamo trascorso le successive due ore di ritorno, tra il mugghio assordante dei motori fuoribordo, un colpo alle reni a ogni planata e il solito passeggero che vomitava (sempre lo stesso). In tutto ciò, le bambine hanno fotografato entusiasticamente ogni forma di vita sull'isola e Anna è stata colpita da grande sconforto quando le batterie della sua macchina fotografica si sono scaricate, soprattutto perché la macchina fotografica di Chiara funzionava invece perfettamente!
A volte mi chiedo che cosa ricorderanno le bambine di questa esperienza, e mi rispondo che forse rimarrà loro l'essenza del fascino che il viaggio riesce a infondere in quegli esseri umani che anche da adulti rimangono aperti e curiosi, come sanno essere i bambini, di conoscere quel che c'è oltre l'orizzonte, anche (e soprattutto) quello interiore.
Nessun commento:
Posta un commento