venerdì 27 giugno 2014

In giro per Tikeahu

Rieccomi dopo un blackout comunicativo, da qualche giorno abbiamo un vento da nord a tratti anche sostenuto e siamo stati molto girovaghi, nel tentativo di trovare un buon ancoraggio con un beccheggio tollerabile. Ci siamo rifugiati in un piccola insenatura vicino alla passe, sull'amenità della quale le opinioni dell'equipaggio della Purple Family divergono decisamente. Ad Alessio questo posto piace, forse perché si può finalmente riposare un po' dalle fatiche della navigazione, mentre io, manco a dirlo, friggo per cambiare ancoraggio. Il posto ha una vaga atmosfera da ultimo avamposto alla fine del mondo, perché sulla spiaggia c'e' un agglomerato di costruzioni su cui si deve essere abbattuto in passato qualche uragano, conferendogli un aspetto diroccato e abbandonato: casette di legno sventrate, tetti sfondati, muri cadenti. Un anziano, apparentemente l'unico abitante rimasto di questo villaggetto, si aggira come un fantasma, cordiale e sorridente ma assai vago nelle risposte date in un francese stentato. "Buongiorno, si può pescare senza pericolo di ciguatera, qui?" "Si'" "Nella passe?" "Si'" "Ma meglio pescare con la corrente entrante?" "Si'" "Oppure meglio con quella uscente?" "Si'" "Insomma e' uguale con corrente entrante e uscente?" "Si'". Alessio, tutto contento delle risposte ricevute, si prepara a una battuta di pesca sulla passe. Io, assai meno fiduciosa, sarei tentata di fare qualche controprova a trabocchetto, del tipo: "Come ti chiami?" "Si'". La punta dell'isola, che offrirebbe una spiaggia bianca e bellissima, attorniata da acque turchesi, e' inaccessibile perché guardata a vista da 3 cani, assai rumorosi e molto compresi nel loro ruolo, con i quali non desidero instaurare alcun rapporto di conoscenza, nemmeno superficiale, dati i nostri trascorsi cinofobi. La passe, pero', sembra essere bellissima, e oggi Alessio ha portato le bambine a fare snorkelling approfittando della corrente entrante: si attaccheranno a una cima e si faranno trasportare a traino dal gommone spinto dalla corrente, mentre coralli e pesci di ogni tipo e dimensioni sfileranno sotto la loro pancia a discreta velocità. Un po' come sdraiarsi sulla pancia sopra un tapis roulant trasparente. Panta rei, tutto scorre..

lunedì 23 giugno 2014

Verso Tikeahu

A quasi due settimane dal nostro arrivo a Papeete, sabato abbiamo finalmente lasciato il marina, diretti alle Tuamotu. Il Carrefour e' stato domato, i bucati fatti, le vele armate, il motore rieducato. Ci siamo dunque sparati oltre 24 ore di bolina, 170 miglia nella solita vita da "sbandati", e battesimo della navigazione di quest'anno per le bambine e per me. Mal di mare assicurato per tutto l'equipaggio, contro cui non ha potuto nulla, nemmeno la mia fida chimica farmaceutica. Le bambine sono rimaste spiaggiate a poppa, in stato semicomatoso, per 24 ore filate, mentre io ho alternato invocazioni supplici a strali e invettive contro il mare, il vento e l'intero Oceano Pacifico. La bolina e' l'andatura amata dai velisti "veri", a me invece piace la poppa con un bel venticello a 15 nodi, mare senza onda, sole e una birretta fresca in mano, in attesa che la lenza della canna da pesca dia un bello strattone. Alla fine delle nostre sofferenze, comunque, siamo stati ricompensati dalla vista di Tikeahu, con i suoi "motu" bianche e rosa sotto un sole scintillante. Sulla coperta, stamattina, un pesce volante, tradito da un volo notturno troppo ambizioso, ci fissava con gli occhi sbarrati, ormai senza vita: il suo sguardo attonito pareva interrogarsi sulle probabilità di incrociare il suo destino con il nostro, una notte di giugno, nella vuota immensità dell'Oceano Pacifico...

mercoledì 18 giugno 2014

Sì, forse, domani, partiamo?

Un altro giorno qui a Papeete, la data della partenza per le Tuamotu è stata fissata per il finesettimana, per sfruttare una finestra meteo favorevole ed evitare le traversate in bolina selvaggia dello scorso anno. L'ipotesi di salpare sabato mi pare sempre più fantasiosa: le vele non sono pronte, il radar è defunto, il motore è capriccioso, la cambusa è ancora da completare. Papeete mi sembra ogni giorno di più una di quelle paludi di sabbie mobili che si vedono nei film, dove più ci si dibatte nello sforzo di liberarsi, più si affonda nella mota impietosa. Oggi, sotto una cortina di pioggia, nell'aria grigia e collosa, Alessio è partito in spedizione per la città, in cerca di vari pezzi di ricambio: gli mancava solo un gonnellino di pelle di orso e un arco con faretra. Io mi sento molto donna delle caverne, volontariamente murata in barca, a incoraggiare le bambine a fare pitture rupestri. Sto meditando di farmi assumere dal labirintico Carrefour come addetta alle informazioni, visto che questa figura professionale è totalmente assente in tutti i settori dei vari ettari del supermercato. In compenso, ieri sono tornata alla lavanderia, trovandola sempre fuori servizio. Alla mia domanda su quando sarebbe tornata in servizio, la ragazza alla reception del marina mi ha risposto, come fa sempre, da una settimana a questa parte: "domani". Ho dunque elaborato il seguente infallibile sistema di decodifica verbale per le comunicazioni con i tahitiani: "Sì" vuole dire "forse" "Forse" vuol dire "domani" "Domani" vuole dire "no" "No" vuole dire "no". A domani. Forse!

lunedì 16 giugno 2014

Maeva

Prima di tutto il mio bagaglio alla fine è arrivato, dopo varie peripezie. Le immancabili forme di parmigiano che, anno dopo anno, continuo pervicacemente a portarmi dall'Italia, in omaggio all'italiana convinzione che senza il parmigiano la vita sia indegna di essere vissuta, sono giunte in ottima forma, e dunque anche il mio morale si è rialzato: a volte basta una virata da una bustina di oscuro formaggio grattato del Carrefour, di marca "Fromagio" a un boccone di parmgiano vero per vedere le cose da tutta un'altra prospettiva. A proposito di Papeete, a una settimana dal mio arrivo, ho qualche considerazione da fare. E' trascorso qualche secolo da quando, a metà del 1700, l'arrivo dei primi europei a Thaiti fu accolto da con entusiasmo da centinaia di canoe di abitanti in festa (che, manco a dirlo, avrebbero in seguito velocemente cambiato idea al riguardo, come era successo a tanti altri indigeni prima e dopo di loro, in tutte le parti del globo). In realtà, il primo impatto è amichevole: all'aeroporto, appena scesi dal volo, si è accolti da leggiadre fanciulle che, incoronate di fiori, danzano sinuosamente sulle dolci note dell'ukulele. Lo scontro con la realtà, tuttavia, è subito dietro l'angolo. A Papeete, infatti, la tendenza dei locals francopolinesiani sembra essere quello di scoraggiare ogni iniziativa del velista bisognoso volta a ottenere informazioni o, peste lo colga, aiuto di qualsiasi genere (a pagamento, beninteso). La venuta a bordo di un qualsiasi elettricista o meccanico è un atto di grande magnanimità, come ricompensa di lunghi giorni di paziente e supplice attesa. La riparazione di qualsiasi pezzo deve superare un muro di gomma fatto di "No!", di teste crollate davanti alla prospettiva di compiere lo sforzo mentale massimo di dover ordinare dei ricambi dalla Nuova Zelanda. Per esempio, qualche giorno fa Alessio ha chiesto il nominativo di un buon meccanico al proprietario del negozio di ricambi, il quale gli ha risposto serafico: "sì, ne conosco di bravissimi, ma non voglio darti il nome o il telefono di nessuno di loro, perché poi magari non vengono a vedere il tuo motore, e io non voglio che tu venga a chiedere a me il perché". In una parola: Maeva! (Benvenuto, in polinesiano). Oppure, anche: Ma... e va'......... (a libera interpretazione, in italiano!).

giovedì 12 giugno 2014

Papeete 2014

Cari amici della Purple family, ci eravamo lasciati un anno fa tra i capricci del nostro motore, e ci ritroviamo un anno dopo, tra i capricci del motore. Papeete 2014: sarebbe un buon titolo per delle Olimpiadi un po' speciali, in cui guadagnerei sicuramente il podio in diverse discipline, come i 100 metri in velocità per aeroporti, lancio del fuso (orario) e sollevamento bagagli. A proposito di valigie, per il secondo anno consecutivo il mio bagaglio è andato smarrito, a 3 giorni dal mio arrivo a Papeete non è ancora stato localizzato e lo immagino giacere, docile e ignaro, in qualche punto imprecisato del globo. La vita qui a Papeete, in attesa di salpare per le Tuamotu, segue i binari familiari di quando stazioniamo in un marina: La configurazione tipo prevede Alessio, nero di grasso dalla testa ai piedi, intento a lavorare indefesso a qualche sistema vitale della barca che ha deciso di lasciarci, dopo anni di onorato servizio. Io, nel mio habitus di casalinga disperata, faccio la spola tra la barca e un gigantesco supermercato che mi riduce regolarmente in uno stato di prostrazione, sia per la mia incapacità cronica di fare la spesa con efficienza, sia per le decine di corridoi murati di merci di ogni tipo, tutte però con il medesimo comun denominatore di non essere mai ciò che sto cercando. L'altro mio regno, nei marina, di solito è la lavanderia, luogo uterino e caldo in cui impiego tutte le mie energie per non tingere tutto il bucato di marrone, sebbene una vocina interna da anni continui a ripetermi che tutto sommato sarebbe una liberazione. La lavanderia del Marina Taina di Papeete è così lontana dalla barca che oggi ci sono andata con un carrello del sopracitato supermercato, carico dei miei 10 chili di bucato e di due bambine. Mi sentivo uno di quegli homeless di New York, con tutti i miei averi nel carrello, sporca, scarmigliata e sudata. Dopo una decina buona di minuti di tira e spingi sotto il sole cocente, sono alfin giunta a destinazione, dove ho trovato un laconico cartello su ogni lavatrice: "out of order". Mi sento un po' "out of order" anche io, ma domani, lo so, andrà meglio: ad esempio, forse troverò nel supermercato gigante il barattolo di miele che sto cercando da due giorni senza successo, oppure chissà, magari domani ritroveranno il mio bagaglio. Dentro, ci sono due barattoli di miele!

sabato 24 agosto 2013

Ciak, si gira, motore!

"When life looks like Easy Street, there is danger at your door", cantavano i Grateful Dead nel 1969. Sarebbe potuta essere la colonna sonora della nostra mattinata, cominciata sotto un cielo terso, sole scintillante, mare come un olio da due giorni, generatore eolico immobile. Oggi era prevista la nostra partenza da Lagon Bleu e io stavo pigramente lavando i piatti della colazione, in attesa di sentire il motore avviarsi, quando Alessio è sceso sottocoperta col viso cupo, foriero di brutte notizie. Un attimo dopo la barca era già nella tipica configurazione delle grandi manovre di manutenzione, ovvero sventrata, con il motore a vista e tutta la cuccetta di poppa sottosopra. Fedele alla consegna che un qualche sistema vitale si deve guastare ad ogni stagione, la nostra barca ha deciso che oggi toccava al quadro di avviamento del motore, lasciandoci senza motore in un luogo privo di anima viva oltre noi, senza campo cellulare e disseminato di reef e teste di corallo affioranti a pelo d'acqua. Un'uscita a zigzag a vela in questo campo minato sarebbe stato molto cool ma era fuori discussione. Nel frattempo, con tempismo perfetto, il bel tempo è finito e, sotto una nuvolaglia nera si è levato un bel vento deciso, che ha dato una pennellata minacciosa ai reef circostanti. Dopo una lotta furibonda con cavi e cavetti, Alessio, nero come uno spazzacamino (anche questo un grande classico) ha tirato fuori, dal cilindro delle sue molte risorse, un'utile predisposizione al furto di automobili e ha acceso il motore collegando due fili, nel giubilo generale, salvo poi scoprire che, anche se avevamo di nuovo un motore funzionante e potevamo dunque uscire indenni dal labirinto delle teste di corallo, l'alternatore non stava però caricando le batterie, e dunque non avremmo potuto usare il salpaancore elettrico. Alessio ha dunque salpato a forza di braccia ben 40 metri di catena (sic!) con relativa ancora, e siamo tornati a Rotoava, in attesa di partire, domani, per Raiatea (sperem!). Nella concitazione, le bambine come sempre erano in diverso stato d'animo: Anna silenziosa, Chiara ilare. Al rimprovero di Anna "Tu ti diverti, non ti importa niente che il motore non parte e papà e mamma sono preoccupati?" la risposta di Chiara è stata: "Io non sono preoccupata, perché ho capito una cosa: che le cose vanno sempre a finire bene!".

mercoledì 21 agosto 2013

Laguna blu

No, Brooke Shields non c'è, ma ciò non toglie che Lagon Bleu contenda alla sua omologa cromatica Les Sables Roses, a sud di Fakarava, il podio per il più bel posto delle Tuamotu, almeno a parer mio. Una lingua di sabbia candida e finissima si snoda morbidamente per chilometri interrotta soltanto da lingue di sabbia e insenature protette che formano piscine naturali di acque turchesi e cristalline. In questo posto meraviglioso abbiamo trascorso due giorni, completamente soli e nella pace e nel silenzio più totali, e io credo di non essermi mai sentita più in pace con me stessa e con il mondo. Tanto blu negli occhi, unico rumore le risate argentine delle bambine. Paradise, anzi no, appunto: Laguna Blu (senza le bacche!).

sabato 10 agosto 2013

Jaws

Se due mesi fa mi avessero detto che le mie bambine di 5 e 6 anni avrebbero nuotato, totalmente rilassate, insieme a una decina di squali, alcuni dei quali grandi quanto loro, mi sarei fatta una bella risata. Ma succede questo e altro a Tetamanu, nei pressi della passe Tumakohua, a sud di Fakarava. Per la particolare varietà del suo ecosistema e lo stato assolutamente intatto dei suoi coralli e della sua fauna marina, quest'area appartiene ai luoghi protetti dall'Unesco e offre, anche al più pavido e inesperto degli snorkeler, grandi emozioni e un'esperienza subacquea indimenticabile. Giganteschi pesci napoleone, grandi oltre un metro e mezzo, innocui squali black tip e ogni specie di colorati pesci tropicali nuotano pigramente, come in un gigantesco acquario, tra coralli perfettamente conservati. L'acqua è talmente trasparente e cristallina che si può avere una visibilità perfetta di tutta questa vita sottomarina anche senza bagnarsi, semplicemente guardando lo specchio marino sottostante da un pontile su palafitte che si allunga sulla spalliera di coralli. Sott'acqua, quando uno squalo si avvicina, con i suoi occhietti piccole e neri, occorre un po' di tempo per smettere di sentire il ritornello del film di Spielberg nelle orecchie: tun tun tun tun tun tun tun!

domenica 4 agosto 2013

Ma ke bbella, Makemo!

Siamo arrivati a Fakarava, dopo aver toccato, praticamente a volo d'uccello, le bellissime Makemo e Tahanea. A Makemo il tempo è volto finalmente al bello e ci ha permesso una giornata in spiaggia di quelle che non si scordano più. Su una spiaggia sconfinata, per lunghezza e profondità, dove le uniche impronte di esseri viventi erano le tracce dei paguri giganti, le bambine hanno costruito Paguropoli, una intera città con tanto di strade, incroci, case e persino una scuola. Davanti a questa spiaggia immensa, una sconfinata piscina di acque turchesi e cristalline offriva alle mie urbaniste un meritato refrigerio dopo tanti sforzi edilizi. A Tahanea siamo arrivati dopo una navigazione sofferta e sballottata, con la solita onda lunga al traverso e il mio stomaco a yo-yo. Abbiamo avuto a malapena il tempo di metter piede sulla spiaggia, che già era tempo di metter la prua su Fakarava: e così, non ci siamo fatti mancare nemmeno l'esperienza thriller di uscire dalla passe di Tahanea col buio (brrrrrr!), per poter arrivare in tempo alla passe di Fakarava, dopo una navigazione diurna, finalmente, tranquilla e perfin godereccia, che nemmeno una bella vomitata di Anna sul lato sopravvento della coperta è riuscita a funestare. Sì, sì, lo so che avevo detto che ero rimasta l'unico membro dell'equipaggio a soffrire il mal di mare, ma la nostra barca ha un senso dell'umorismo tutto suo!

giovedì 1 agosto 2013

Ci passe o non ci passe?

La passe, questa sconosciuta, argomento principe delle conversazioni dei velisti nelle isole Tuamotu. Come dice la parola stessa, la passe è il passaggio, più o meno stretto e spesso l'unico a diposizione, che permette alle barche l'accesso alla laguna interna degli atolli. Immaginate un atollo come una specie di grande "C", dentro cui volete entrare, o da cui volete uscire. Secondo l'orario e l'escursione di marea, la corrente nella passe è più o meno forte e la sua direzione può essere entrante o uscente: negli orari sbagliati, e in condizioni di vento e mare sfavorevoli, la passe si presenta come uno Stige ribollente e bianco di spuma. Impegnare una passe nell'orario sbagliato può voler dire fare rafting sulla propria barca dentro l'equivalente di un torrente di montagna, o al contrario, se la corrente è avversa, significa non avanzare neanche di un metro, nemmeno alla massima potenza di motore. Bisogna dunque calcolare il momento ideale per passare, a cavallo dell'inversione tra le due maree, quando la corrente è poca e la direzione è favorevole, o per lo meno non è smaccatamente sfavorevole. Per calcolare questo momento d'oro, il velista accorto e previdente studia, calcola, ricalcola e si gratta molto la pera, dopo di che si presenta alla passe come un cacciatore alla preda, circospetto e armato di binocolo, e guata il biancheggiar di spuma con occhio critico e smorfia astuta, prima di lanciare il cuore oltre l'ostacolo e di buttarsi. Arrivare alla passe in anticipo ti fa sentire come quando arrivi troppo presto a un appuntamento al ristorante, lo trovi chiuso e ti metti ad aspettare di fronte all'entrata, sperando che nel frattempo non inizi a piovere. Arrivare in ritardo alla passe è invece come scendere precipitosamente le scale della metropolitana per prendere l'ultimo metrò della notte, salvo arrivare alla banchina in tempo per vedere le porte chiudersi e il treno sparire in galleria. Sarebbe più facile presentarsi in orario al tornello della passe se le distanze tra gli atolli fossero più brevi, ma a volte tra un atollo e l'altro ci passa un giorno di navigazione, e perdere l'orario di entrata o di uscita può voler dire giocarsi l'unica possibilità per le successive 24 ore. Come dire: passe o non passe, questo è il problema!

mercoledì 24 luglio 2013

Soffia il vento, urla la bufera...

Eccoci ancora qua a Raroia, dopo il disastro ovviamente non siamo partiti per Makemo e siamo rimasti all'ancora a leccarci le ferite, beh a dire il vero IO mi sono leccata le ferite e mi sono stracciata le vesti in stato di prostrazione, e nel frattempo Alessio ha lavorato come un mulo, come sempre. Il tempo è infame, freddo, pioggia e vento sui 35 nodi, oggi abbiamo osato mettere il naso fuori dall'ancoraggio per percorrere le 5 miglia che ci separano dal villaggetto dall'altro lato dell'atollo, nella speranza di fare un po' di spesa e magari anche di riuscire a fare un bucato o due da una signora che (si favoleggia) possiede una lavatrice, ma l'ancoraggio a ridosso del paesello era così brutto e insicuro che abbiamo fatto dietro front senza nemmeno fermarci e siamo tornati indietro con la coda tra le gambe. Alessio si è sparato 5 ore di timone e motore sotto la pioggia, con onde e vento a 35 nodi in faccia (in certi momenti, col motore al massimo, andavamo a mezzo nodo, cioè a UN chilometro all'ora, saremmo andati più veloci a piedi!) e tutto questo in cambio di niente. 5 ore di viaggio per percorrere 10 chilometri scarsi... quando si dice una decisione sbagliata, eh. Ho scordato di aggiornarvi su Pio, vi sarete chiesti che cosa ne sia stato del nostro pulcino marinaio. Beh, dopo qualche giorno abbiamo scoperto che Pio soffriva il maldimare (sic!) e dunque, ancora alle Marchesi, lo abbiamo sbarcato su un bel praticello pieno di altre galline e pulcini, nella speranza che la terraferma gli offrisse quelle speranze di sopravvivenza che a bordo gli sarebbero state sicuramente negate. E così, per il momento sono tornata ad essere l'unico membro dell'equipaggio che soffre il maldimare, visto che le bambine mi hanno abbandonata in questo genere di sofferenza, e durante le nostre turbolente navigazioni rollanti e beccheggianti si dedicano con delizia a varie occupazioni tutte ugualmente nauseabonde per la sottoscritta: leggono, scrivono, disegnano e mangiano. E vabbè, attendiamo che questo fronte freddo stazionario vada a stazionare da qualche altra parte e ci offra una finestra meteo adatta per mettere fuori la prua dalla protezione della barriera corallina. In mare aperto, in questi giorni, deve essere un inferno e noi non abbiamo nessuna intenzione di andare a cercare altri guai. E quindi ci godiamo qui il vento, il freddo e la pioggia: stasera, polenta!

lunedì 22 luglio 2013

L 19, colpito...quasi affondato

"Papà, esce acqua dal buco del pavimento". E' cominciata così, con questa frase di Chiara, la nostra giornata più nera. Ale e Anna stavano salpando l'ancora, io stavo facendo un sonnellino in quadrato, ma la frase di Chiara ha avuto l'effetto di una bomba in una cristalleria. Ho aperto gli occhi e ho visto l'acqua uscire dai paglioli, dove non avrebbe mai dovuto esserci, e da lì in poi è stata solo concitazione e paura. Era evidente che stavano entrando migliaia di litri d'acqua, che il livello dell'acqua stava salendo a vista d'occhio e che se non Alessio non avesse trovato e tappato in fretta la falla saremmo inevitabilmente affondati. La mia richiesta di soccorso sul canale 16 non ha avuto nessuna risposta, e a quel punto mi sono messa a sgottare, una secchiata via l'altra, mentre Alessio cercava freneticamente la via d'acqua e alla fine, al colmo della disperazione, portava la barca a 40 metri dalla riva, pronto ad arenarla sulla spiaggia se non fosse riuscito ad arrestare a breve il flusso d'acqua. Nel panico e nella confusione, traevo conforto dal pensiero, lucido e cristallino, che se anche la barca fosse affondata, noi però ci saremmo salvati, perché la spiaggia era vicina, il gommone era in acqua, il cellulare aveva campo, e avrei anche avuto tempo di raccogliere e mettere in salvo i soldi, i passaporti, e le nostre cose più importanti. Infine, mentre i paglioli galleggiavano tristemente per tutta la barca e l'acqua aveva quasi raggiunto i polpacci, ed era ormai chiaro che nemmeno sgottare a secchiate e tutte le pompe in funzione avrebbero impedito al livello dell'acqua di salire inesorabilmente, Ale ha trovato la falla: era saltata via la cuffia dell'asse dell'elica. Sdraiato in acqua, alla cieca Ale l'ha ripescata e rimessa in sede, e abbiamo potuto ricominciare a respirare: il livello dell'acqua era finalmente fermo, e poi ha cominciato a scendere. La barca era un macello: l'autoclave, il compressore del frigo e il motore fino a metà erano andati sott'acqua con tutti i loro bei contatti elettrici, dappertutto acqua salata mista a residui oliosi. Dulcis in fundo, nel frattempo l'ancora aveva spedato e avevamo vagato alla deriva tra i reef senza accorgercene per circa duecento metri, quando fortunatamente l'ancora ha fatto presa su qualche testa di corallo e ci ha fermati, inermi e ignari di tanta cattiva sorte. Non voglio soffermarmi sulla notte agitata e piena di incubi, e nemmeno sulla giornata di ieri, in cui Ale ha lavorato duramente e indefessamente per fissare saldamente la cuffia al suo posto e riportare la barca in una condizione di normalità, mentre fuori il vento infuriava con raffiche di 35 nodi sotto un temporale via l'altro. Le bambine sono state bravissime e collaborative, assolutamente all'altezza della situazione. Oggi tutto è tornato a posto, tranne il mio morale che è sotto i tacchi: è il 21 luglio, mio papà compie 80 anni e io vorrei essere a casa, a cantargli tanti auguri a te insieme al resto della mia famiglia, mentre lui spegne le candeline. Tanti auguri papà, buon compleanno!

Crusoe Family!

Ultimo giorno qui a Raroia, domani ci spostiamo a Makemo, distante da qui 70 miglia. Dal nostro arrivo le bambine e io abbiamo fatto circa 700 miglia, quasi 1400 chilometri a vela, non male per le mie bambine cittadine. Le bambine non soffrono più il maldimare e in navigazione conducono una vita assolutamente normale, leggono, giocano, mangiano e dormono anche nelle condizioni di mare e vento più severe. Io invece continuo a soffrire il maldimare senza speranza di redenzione: eh, che devo farci, mi tocca solo tanta pazienza (la migliore di tutte le virtù). Ieri Chiara ha avuto il suo battesimo di maschera e pinne, finora non eravamo mai riusciti a convincerla a provare, ma Alessio è stato bravo nel continuare a proporle questa esperienza e alla fine la curiosità di vedere le meraviglie che qui nuotano sott'acqua deve aver avuto la meglio sul fastidio inziale di indossare la maschera. Per Chiara è stata una epifania, continuava a tirare fuori la testa dall'acqua e a togliersi il boccaglio per poter gridare tutto il suo entusiasmo per ciò che vedeva sott'acqua, e a dire il vero tanta emozione era più che giustificata: ieri sotto di noi nuotava una manta con un'apertura alare di due metri! Ahimè, domani ci spostiamo, il tempo stringe se vogliamo raggiungere Fakarava entro i primi di agosto, visto che vogliamo visitare con calma un altro paio di atolli. Mi dispiace molto andarmene, non credo che ci capiterà così spesso di essere gli unici esseri umani per chilometri e chilometri di spiagge coralline e acque turchesi. E' stato bello trasformarsi, per qualche giorno, da Purple Family in... Crusoe Family!

mercoledì 17 luglio 2013

Raroia

Raroia, prima tappa nell'arcipelago delle Tuamotu. Siamo arrivati qui da Fatu Hiva, dopo 400 miglia di navigazione no-stop, e ne è valsa la pena: il nuovo paesaggio degli atolli presenta un contrasto incredibile con le alte montagne lussureggianti delle Marchesi, ma è altrettanto stupefacente. Siamo, e mi par incredibile, l'unica barca in un atollo lungo 40 chilometri e largo 10, davanti a noi si offrono spiagge su spiagge di rena corallina rosa, che si affacciano su piscine naturali di ogni azzurro possibile, dal verde acqua al turchese. Piccoli squaletti nuotano pigramente tra coralli viola e blu cobalto, mentre sulla spiaggia alcuni paguri grandi quando un pugno procedono come mezzi cingolati su tappeti di piccole conchiglie bianche. Ma la cosa che fa più impressione è proprio la nostra completa solitudine in tanta smisurata bellezza, l'immersione totale in tutto questo azzurro, rosa e bianco, e il senso di straniamento che proviene dalla sensazione, ovviamente irrazionale ma non per questo meno forte, di essere gli ultimi rimasti, o i primi di una lunga serie a venire...

Pronti, partenza, via!

Oggi partiamo per le Tuamotu, destinazione Raroia. Ci separano 400 miglia, circa 3 giorni di navigazione no-stop, siamo pronti, la barca pure, atolli della Polinesia preparatevi, arriviamo!

sabato 13 luglio 2013

Fatu Hiva, Baia delle Vergini

Fatu Hiva, Baia di Hanavave, anche detta Baia delle Vergini. Per me, vince a mani basse il premio di baia più bella delle Marchesi, ed è anche la nostra ultima tappa marchesiana prima del grande salto verso l'arcipelago delle Tuamotu. L'abbiamo raggiunta dopo una bolina tranquilla da Hiva Oa, durante la quale abbiamo di nuovo provato la grande gioia di rivedere i delfini surfare a lungo sulla nostra prua. I tramonti sulla Baia delle Vergini sono i più spettacolari che io abbia mai visto, il sole riverbera di rosa e arancione i pinnacoli per i quali questa baia è famosa, e da cui ha preso il nome: leggenda vuole, infatti, che il nome di questa baia fosse inizialmente Baie des Verges (la baia delle verghe), per via dell'aspetto decisamente fallico dei suoi molti e imponenti pinnacoli. I missionari furono sufficientemente inorriditi da questo soprannome da aggiugere una "i" e tramutarla in Baie des Vierges. A ben guardare, su molti dei pinnacoli si possono scorgere fattezze umane, e su uno in particolare una specie di Monna Lisa, persin dotata di una verde chioma muschiosa, domina solennemente la baia come George Washington dal monte Rushmore. A terra, siamo stati accolti da un ritmo stentoreo di tamburi: l'intero villaggio stava provando le danze rituali polinesiane in preparazione dei grandi festeggiamenti del 14 luglio, e abbiamo potuto ammirare grandi e piccoli impegnati in difficili movimenti del bacino e in sinuosi ondeggiamenti di braccia, a tempo di percussioni. Veniva una gran voglia di provarcisi, se non fosse stato per il fatto che sono convinta che mi si sarebbe svitato il bacino oppure che sarei stata colpita da un accidentale colpo della strega. O forse, più che accidentale, dovrei dire... occidentale!

Fish(erman)'s friends

"Mamma, posso avere un'altra banana?". Mi insospettisco, è già la terza che le bambine mi chiedono, e da quando in qua sono diventate così ghiotte di banane? E poi cos'è tutto questo silenzio in coperta? Sporgo la testa dal tambuccio, in tempo per vedere Chiara che stacca un pezzo della sua banana e lo getta in mare. Orrore, sprecare il cibo non va mai bene, ma in barca è considerato un peccato mortale. In risposta alla mia reprimenda, le bambine se ne escono con "Mamma, è pieno di pesci rosa qui sotto, mangiano qualsiasi cosa gli buttiamo, possiamo pescarne uno?". E' vero, sotto la barca è un affollarsi di parghi rosa, altrove sarebbero pesci buonissimi da mangiare, ma qui in Polinesia i pesci che vivono e si nutrono sui coralli sono spesso velenosi, ingeriscono massicce quantità di una tossina dei coralli che si chiama ciguatera, e mangiarli è una cattiva idea. "Bambine, non possiamo mangiarli, che cosa li peschiamo a fare?". Non c'è verso, come spesso succede le bambine insistono, e io decido che sarà una buona lezione. Estraggo amo e lenza, mettiamo l'esca e gettiamo. Tempo cinque secondi, e la lenza fila con uno strattone tra le mie dita, le bambine gridano di gioia ed eccitazione mentre tiriamo su un bel pargo. Guardiamo negli occhi il grosso pesce, mentre boccheggia impotente nel secchio. "Poverino..." dice Chiara. "Poverino..." fa eco Anna. "Già", dico, io laconica. Lo ributtiamo a mare, io chiedo: "Volete continuare a pescare?". "No", dice Anna. "No", dice Chiara. "Bene", dico io solennemente,"uccidere non è nè facile, nè divertente, quando lo si fa solo per divertimento". Per qualche giorno la faccenda è rimasta lì, a lievitare da qualche parte nella coscienza delle bambine. Ieri, durante la traversata per Hiva Oa, abbiamo pescato alla traina un bellissimo tonno pinne gialle, bello cicciotto, forse 8 o 9 chili: mentre Alessio cercava di arpionarlo con il raffio per issarlo in coperta, proprio all'ultimo secondo, il tonno si è slamato con un guizzo. "NOOOOOOOOOO!", abbiamo gridato Alessio e io, all'unisono. "Oh, che peccato..." ha detto ipocritamente Chiara, nascondendo a stento la sua intima soddisfazione per l'epilogo della nostra pesca. Poi ha chiosato filosoficamente: "Eh, pazienza: tornerà a farsi la sua vita, no?". "Già", ho risposto io, laconica per la seconda volta, pensando che, in fondo, alla fine tutto è sempre una questione di punti di vista.

lunedì 1 luglio 2013

La bolina notturna

Oggi l'indicatore dell'energia del morale a bordo è basso, e le ultime due giornate sono da ascrivere nell'apposita sezione del blog intitolata "giornate no, cabin fever e umore tignoso". Due giorni fa abbiamo fatto una bolinata notturna selvaggia, con vento in faccia a oltre venti nodi e onde di tre metri, falchetta perennemente in acqua e barca completamente sbandata: 20 ore conscutive di dura bolina stretta per percorrere le micragnose 100 miglia che ci separavano dall'isola di Tahuata, la quale da parte sua ci ha maternamente accolto con pioggia battente e raffichette di vento a 40 nodi (80 chilometri l'ora), che facevano tremare la barca come se fosse in preda a febbre terzana. Durante la navigazione notturna, uno degli innumerevoli violentissimi beccheggi della barca ha causato la rottura di una bottiglia di vino che si è versato ovunque, rendendo l'atmosfera del quadrato satura di fumi vinosi e simile a quella di una bettola di quarta categoria: l'ideale, per una (a caso) che stia cercando di superare il mal di mare che la attanaglia da ore. La randa ha rimediato uno squarcio di 20 centimetri che andrà pazientemente ricucito prima che possiamo riprendere il mare, mentre la cabina di prua ha una via d'acqua non ancora bene identificata, che causa uno sgocciolamento sui materassi durante le lunghe navigazioni di bolina come quella appena fatta, e rende la cabina completamente inagibile. Questo, il bollettino di guerra. A voler guardare il lato positivo, c'è da dire che l'equipaggio ha tenuto botta: Alessio, come sempre superlativo e totalmente autosufficiente, le bambine e io unite nel nostro motto silenzioso durante le navigazioni difficili, che è "primum, non nocere". Ovvero, cercare di non peggiorare la situazione e soprattutto non disturbare il conducente (o, meglio, non disturbare il manovratore, come è ancora scritto su alcuni vecchi tram a Milano), il che per le bambine vuole dire obbedire senza discutere, non prendersi a calci in pozzetto, non giocare con le scotte, mangiare quel che c'è il più velocemente possibile e senza lamentarsi, imbucarsi in cuccetta al calar del buio e non chiedere ogni 5 minuti "quando arriviamo?". Per la sottoscritta, vuole dire cercare di non vomitare l'anima, non tagliarsi un dito o slogarsi una caviglia, gestire tutte le varie cacche e pipì delle bambine a barca sbandata, e soprattutto evitare di nutrire sentimenti ostili per la barca, che notoriamente è molto permalosa e vendicativa ed è in grado di leggermi nel pensiero. E così, eccoci qua, in attesa dell'arcobaleno, che sono sicura non tarderà ad arrivare. In queste settimane alle Marchesi ne abbiamo ammirati moltissimi, a volte anche doppi, a ricordarci che non piove mai per sempre: gli strappi si ricuciono, i cuscini e i tessuti si lavano, tutto si aggiusta e si riordina. Sei pronta a sorriderci, Tahuata?

venerdì 28 giugno 2013

Tra 5 minuti in scena

Cari amici cinefili (e non!) della Purple Family, oggi devo fare una comunicazione estemporanea, diciamo che farò un uso privato di pubblico blog, o forse un uso pubblico di blog privato, a seconda dei punti di vista. Siamo infatti molto felici di annunciare che, seppur in piena estate e per breve tempo, ha finalmente visto la luce della distribuzione il film di cui Alessio ha fatto la direzione della fotografia, come sempre con zero mezzi ma tanta passione: si intitola "Tra 5 minuti in scena" e sarà in sala, non sappiamo per quanto tempo, a Milano (Apollo), Bologna (Rialto), Firenze (Principe), Genova (Sivori), Bergamo (Conca Verde), Sesto (Skypline), Padova (Astra), Trento (Astra), Torino (Ambrosio), e Roma (Alcazar). Secondo me è un bel film che vale il prezzo del suo biglietto, ma siccome ogni scarrafone è bello a mamma sua, l'unico modo che avete di farvi una vostra opinione è di andare a vederlo al cinema, il prima possibile, giacchè l'unica cosa certa è che rimarrà in sala fino a mercoledì 3 luglio e poi... chissà. Buona visione... qui a 'Ua Pou i cinema non ci sono, dunque saremo con voi con il pensiero... e l'immaginazione!

mercoledì 26 giugno 2013

'Ua Pou

Oggi intendevo risparmiarvi la mia solita quotidiana tiritera su quanto le isole Marchesi siano uniche, maestose, potenti, eccetera eccetera, ma è semplicemente impossibile non rendere omaggio alla bellezza entusiasmante dei pinnacoli svettanti verso il cielo di 'Ua Pou. A proposito di esperienze entusiasmanti, oggi siamo andati a nuotare in una piscina naturale formata da una cascata incastonata nella foresta tropicale, e se mi avessero detto che un giorno sarei emersa, in costume adamitico, da sotto una cascata ravviandomi i capelli bagnati, come in uno spot pubblicitario di una qualche bibita estiva, mi sarei fatta una risata. Era un posto meraviglioso e io ci sarei rimasta per ore, non fosse stato per i nugoli di ferocissime zanzare tigre che non attendevano altro che spolparci vivi. Ma quel bagno alla cascata ne valeva la pena, anche se dovessi grattarmi per una settimana! A proposito delle zanzare delle Marchesi - giacché qualche difetto queste isole devono pur avercelo - devo riportare, per dovere di cronaca, che prima di partire avevo messo in valigia una tonnellata di spray antizanzare, ma una telefonata di Alessio, alle Marchesi ormai da un mese, aveva messo in crisi le mie certezze. "Zanzare? Quali zanzare? Qui non ci sono zanzare!". "Nemmeno un pizzicoooooooo" aveva modulato in sottofondo Anna, un'amica comune in visita sulla barca. "Non c'è bisogno di tutto quello spray antizanzare!" era stata la conclusione di Alessio. E nonostante guide, blog vari di velisti e ogni altra fonte autorevole dicessero proprio il contrario, e sebbene mi sembrasse impossibile che delle isole tropicali piene di acqua e di vegetazione fossero prive di zanzare, io, come una principiante, come una novellina pur dopo 11 anni di vita insieme, ebbene sì, io gli ho creduto, ciecamente e senza riserve come solo l'amore induce a fare, e ho levato dalla valigia l'antizanzare. Qui una bottiglietta di antizanzare costa come un flacone di Chanel no 5. Ovviamente le Marchesi pullulano letteralmente di zanzare tigre e di voracissimi "nono", le cui punture prudono intollerabilmente per giorni e giorni, inducendo furiosi grattamenti, soprattutto notturni. L'unica mia consolazione è che mi mangio le unghie, altrimenti mi sarei già spellata viva da sola. "Nemmeno un pizzicoooooooooooooooooo"!